
BUONANOTTE
Io, cos’era una famiglia, non lo sapevo mica. Certo, sapevo quello che sapevano tutti, una mamma, un papà, mangiare insieme e dormire tutti sotto lo stesso tetto, ma era come parlare di un libro mai letto o cercare di descrivere una stella cadente quando non ne hai mai vista una. Lo puoi fare, ma non viene tanto bene. Ecco, era più o meno così che io intendevo la famiglia a quei tempi, sono cresciuto ignorando di non sapere.
C’era la guerra e non erano giorni facili. Mia nonna continuava a ripetermi che ero fortunato ad essere ancora vivo, non come i miei genitori che avevano deciso di farsi ammazzare. Io le chiedevo cosa avrei potuto fare da grande visto che ero ancora vivo e lei mi rispondeva sempre che non lo sapeva, che quelli erano discorsi stupidi ma, per il momento, potevo andare a zappare le barbabietole e pulire le galline. Credo che le galline fossero più contente di me nel vedermi ancora vivo. Mia nonna morì qualche mese più tardi. Vendetti le galline, qualcuna la mangiai per la verità, e con i soldi che mi ero fatto riuscì a tirare avanti qualche settimana. Ben presto, però, mi ritrovai senza nulla da mangiare e, cosa ancor peggiore, senza la minima idea di come potermelo procurare. Per fortuna sono uno che se la cava, mi ingegno, imparo in fretta e così, per bisogno, cominciai ad entrare nelle case. Cominciai con quelle dei vicini, ma erano troppo facili e non mi divertivo molto. Allora andai verso il centro, verso le case dei ricchi, quelle con il giardino ed i fiori alle finestre. Mi divertivo e mangiavo, non potevo chiedere di meglio. Una notte, però, mi morsicò un cane e urlai come un diavolo. Non l’avevo proprio visto quel porco di un cane. Si svegliarono tutti, era arrivato a controllare persino il prete dalla chiesa vicina, e al posto di incolpare il cane per avermi azzannato incolparono me. Delle guardie mi portarono via, in un palazzo di 4 piani, grigio e con tante suore dentro. La cosa peggiore di quel palazzo era che non si riusciva mai a dormire, c’era sempre qualcuno che strillava o che piangeva, insomma un inferno. Io mi facevo i fatti miei, non piangevo come tutti gli altri e non mi lamentavo. Ogni tanto chiedevo alla suora quando sarei potuto uscire, non perché mi trovassi male ma solo perché mi annoiavo a morte lì dentro, non c’era mai nulla da fare. La suora non rispondeva mai, cercava sempre di farmi pensare ad altro. Io la lasciavo fare, in fondo mi andava a genio quella suora e non volevo darle un dispiacere. Continua a leggere


Stavamo dicendo…