Racconto numero 6

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BUONANOTTE

Io, cos’era una famiglia, non lo sapevo mica. Certo, sapevo quello che sapevano tutti, una mamma, un papà, mangiare insieme e dormire tutti sotto lo stesso tetto, ma era come parlare di un libro mai letto o cercare di descrivere una stella cadente quando non ne hai mai vista una. Lo puoi fare, ma non viene tanto bene. Ecco, era più o meno così che io intendevo la famiglia a quei tempi, sono cresciuto ignorando di non sapere.

C’era la guerra e non erano giorni facili. Mia nonna continuava a ripetermi che ero fortunato ad essere ancora vivo, non come i miei genitori che avevano deciso di farsi ammazzare. Io le chiedevo cosa avrei potuto fare da grande visto che ero ancora vivo e lei mi rispondeva sempre che non lo sapeva, che quelli erano discorsi stupidi ma, per il momento, potevo andare a zappare le barbabietole e pulire le galline. Credo che le galline fossero più contente di me nel vedermi ancora vivo. Mia nonna morì qualche mese più tardi. Vendetti le galline, qualcuna la mangiai per la verità, e con i soldi che mi ero fatto riuscì a tirare avanti qualche settimana. Ben presto, però, mi ritrovai senza nulla da mangiare e, cosa ancor peggiore, senza la minima idea di come potermelo procurare. Per fortuna sono uno che se la cava, mi ingegno, imparo in fretta e così, per bisogno, cominciai ad entrare nelle case. Cominciai con quelle dei vicini, ma erano troppo facili e non mi divertivo molto. Allora andai verso il centro, verso le case dei ricchi, quelle con il giardino ed i fiori alle finestre. Mi divertivo e mangiavo, non potevo chiedere di meglio. Una notte, però, mi morsicò un cane e urlai come un diavolo. Non l’avevo proprio visto quel porco di un cane. Si svegliarono tutti, era arrivato a controllare persino il prete dalla chiesa vicina, e al posto di incolpare il cane per avermi azzannato incolparono me. Delle guardie mi portarono via, in un palazzo di 4 piani, grigio e con tante suore dentro. La cosa peggiore di quel palazzo era che non si riusciva mai a dormire, c’era sempre qualcuno che strillava o che piangeva, insomma un inferno. Io mi facevo i fatti miei, non piangevo come tutti gli altri e non mi lamentavo. Ogni tanto chiedevo alla suora quando sarei potuto uscire, non perché mi trovassi male ma solo perché mi annoiavo a morte lì dentro, non c’era mai nulla da fare. La suora non rispondeva mai, cercava sempre di farmi pensare ad altro. Io la lasciavo fare, in fondo mi andava a genio quella suora e non volevo darle un dispiacere. Continua a leggere

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Un mondo senza dio

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Ci stavo pensando alcuni giorni fa quando, per poter incorniciare in un mondo fantasy una storia che mi è venuta in mente, ho creato un sistema socio-politico senza alcuna religione. Nel farlo mi sono reso conto che, in effetti, da quando l’uomo ha messo piede sulla Terra, è una condizione che non è mai esistita. Un mondo senza alcuna religione, senza un dio al quale rivolgere le nostre preghiere, senza un lume in fondo a quel tunnel che di solito chiamiamo vita no, non c’è mai stato. Nel creare il mio mondo non mi sono chiesto come mai l’uomo senta il bisogno di una divinità sopra la sua testa come elemento essenziale della sua vita (non sono un sociologo e nemmeno uno storico, non sarei in grado di trovare una risposta ad una domanda così grande) ma, bensì, mi sono domandato come sarebbe la vita di tutti i giorni senza luoghi di culto, senza preghiere, senza i principi che stanno alla base delle attuali religioni. Ho pensato ai contro di una società priva di religione…ed ho pensato ai pro. E nei pro, nei benefici che l’uomo potrebbe avere in un tale sistema, non ho potuto fare a meno di pensare al fatto che molte guerre, molte divergenze tra popoli, indipendentemente dallo schieramento dal quale volete vedere la situazione, si sarebbero potute evitare o, forse addirittura, nemmeno cominciare.

E con questi pensieri in testa che mi sono svegliato questa mattina e, una volta arrivato al lavoro ed acceso il pc per controllare la posta come faccio abitualmente, mi ritrovo in prima pagina i drammatici avvenimenti di Nizza. Continua a leggere

Come Arruffianarsi il Lettore

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Chi scrive spesso si chiede come è possibile inchiodare il lettore alle proprie righe. Perché se è vero che quello si scrive è solo frutto del nostro ingegno e della nostra fatica, è anche vero che si scrive per qualcuno, non importa se sia vostra nonna, il vostro gatto o, nel caso siate più fortunati, un pubblico più o meno vasto. Vien da sé che se scriviamo per far leggere i nostri lavori a qualcuno, bisogna in qualche modo riuscire a bloccare il lettore sulle nostre parole. Come fare? Vediamo…

C’è chi dice che l’incipit sia molto importante, d’altra parte sono le prime righe che mettono in contatto noi con il nostro lettore, è come un primo incontro, una prima occhiata. Se in questo momento no scatta la scintilla, allora avremo a disposizione poche pagine prima che il lettore decida che il suo tempo vale più del nostro lavoro (il che, alcune volte, non è poi così sbagliato). Detto questo, e ricordando l’importanza oggettiva dell’incipit per un qualsiasi libro, direi che non ci si può fermare solo a questo. Un libro, infatti, può arrivare a contare 300 o più pagine. E allora cos’è che spinge il lettore a continuare a leggere un testo, pagina dopo pagina, fino a giungere alla fine magari in pochi giorni. Cos’è che porta il lettore a decidere di sottrarre tempo ad altre sue occupazioni per dedicarlo a noi? Continua a leggere

Livelli di Intimità -seconda parte-

originalStavamo dicendo…

Dopo aver analizzato, o elencato, quelli che secondo me sono i principali livelli di intimità all’interno di una coppia (leggi l’articolo precedente a questo LINK), oggi affronterò il livello più arduo, quello che, sempre secondo me, tutte le persone hanno ma che pochi condividono…se non parzialmente. Questo è un pensiero, come detto la volta precedente, che ho sviluppato durante la lettura del libro “Che tu sia per me il Coltello” di David Grossman. In questo romanzo il protagonista, Yair, dopo aver visto una donna stringersi nelle proprie braccia come a volersi isolare dal resto del gruppo che la accompagnava, decide di cominciare una relazione epistolare con lei per il solo fatto di sentirla affine.  Questo è il pretesto per cominciare la traduzione di un flusso di coscienza che il protagonista ha e che, in tutti i modi, cerca di tradurre in parole scrivendo pagine e pagine di lettere. Nel romanzo in questione, la donna risponde alla chiamata di Yair e, in effetti, si dimostra realmente per come il protagonista l’aveva percepita nel primo incontro. Questo è stato il casus belli, se così posso dire, che ha portato alla luce la mia piccola riflessione sui livelli di intimità e che oggi proseguirò in questo articolo. Continua a leggere