Racconto numero 5

Neon Motel Sign and Arrow

MONICA

 

Paga tu la camera, io ne approfitto per farmi una doccia.

L’uomo rimase in silenzio.

Il portiere mi conosce, non ti farà problemi.

Va bene – furono le uniche parole che pronunciò lui prima di uscire.

La porta della camera 326 si chiuse e lei rimase in silenzio, ancora sdraiata sul letto, ad ascoltare i passi dell’uomo allontanarsi nel vialetto. Lo immaginò all’ingresso del piccolo motel dove probabilmente, con uno sguardo di intesa con il portiere di turno, avrebbe pagato il conto della camera.

Questa volta non era stato nemmeno tanto faticoso: l’uomo si era dimostrato riservato e educato, a volte quasi timido. Un uomo normale pensò Monica, magari con dei figli ad aspettarlo a casa ed una moglie a cui avrebbe sicuramente raccontato la solita storia della cena d’ufficio finita tardi. “Sai come vanno queste cose cara: bisogna accontentare il cliente” e la poveretta avrebbe finito per riscaldargli anche la cena. Un uomo normale, appunto.

Andava benissimo così: quella sera Monica non aveva proprio voglia di frustini, manette o stivali da leccare, non aveva voglia di ridicolizzare avvocati in auge con un io più piccolo del loro membro o fingersi una dodicenne per un vecchio maiale mascherato da gentiluomo. No, quella sera aveva voglia di tornare a casa presto.

Dal bagno sentì uscire il suo cliente e decise di rimandare la doccia. Uscì dal bagno e si sdraio sul letto. Accese una sigaretta e sentì il fumo riempirle la bocca ed i polmoni lavandole via l’odore del lavoro appena finito. Guardava il soffitto e cercava di far rimanere fermi i proprio pensieri. Le capitava sempre così dopo, come se si trovasse all’interno di una centrifuga, sballottata di qua e di là, con i pensieri che le piombavano addosso da ogni dove portando con sé sensi di colpa e d’inadeguatezza. Aspirando la sua Winston Blu ripensò per un attimo a tutte le litigate che aveva avuto con Luca, il suo ex marito, in fatto di sesso. Quante volte le aveva detto santa per prenderla in giro quando, con una scusa o con un’altra, evitava di fare l’amore con lui. Ora sarebbe stato sicuramente fiero di lei, forse anche troppo. Di certo non avrebbe capito: non è facile per una quarantenne trovare lavoro, soprattutto se sei stata capo-commessa in una profumeria per 15 anni.

Fece un ultimo tiro e, alzandosi, stritolò la sigaretta nel portacenere.

Si fermò davanti all’unica finestra della camera scostando leggermente le tende. Il motel quella sera era tranquillo, c’erano poche macchine parcheggiate. Il cielo era terso e annunciava l’inizio di Maggio. Si domandò se ricordava ancora come si trovava la stella polare? Era un gioco che faceva sempre da bambina con sua madre. No, non se lo ricordava più. Guardò per alcuni istanti le poche stelle visibili dalla sua posizione sperando che la sua memoria avesse uno slancio ma non arrivò nulla. Aprì la finestra e l’aria fresca la investì dolcemente. Quella era la sua stagione preferita quando di giorno non fa ancora troppo caldo e la sera arriva un po’ di frescura a rilassare mente e corpo. Solo allora si ricordò di essere ancora nuda e si ritrasse temendo che qualcuno potesse vederla. Sorrise per quella reazione stupida: solo 10 minuti prima si stava facendo sbattere da un tizio che non avrebbe mai più rivisto.

Il telefono della camera squillò e Monica sorrise. Si accese un’altra sigaretta prima di rispondere.

Ciao Silvano.

Ciao Monik – disse Silvano alla francese.

Tranquillo, sto bene. Questa sera mi è capitato uno sfigato.

E’ appena uscito. Comunque sì, aveva proprio l’aria da sfigato ragazza mia.

Non li scelgo io i miei ospiti – disse Monica cercando di trovare un tono spensierato.

Beh dovresti: il tizio aveva anche i calzini bianchi. No, ma dico: esistono ancora uomini con i calzini bianchi?

Purtroppo sì – rispose lei questa volta davvero divertita dalla banalità di Silvano.

Certi uomini non sanno proprio cosa sia l’eleganza.

Adesso non cominciare a fare la checca schizzinosa…

Amore, sai come sono fatto: sono un gay raffinato io, cosa credi?

Quindi non era il tuo tipo? – voleva provocarlo.

Ma per favore, non offendermi.

Ci fu una pausa di silenzio in cui Monica si gustò il piacere di quella telefonata. Amava quel senso di protezione che le dava la voce di Silvano, era come se lui riuscisse a capire lo stato di vuoto che la prendeva subito dopo ogni incontro.

Com’era iniziato quel rito se lo ricordava molto bene: sette mesi prima un coglione si era fatto prendere la mano e l’aveva riempita di pugni e morsi. Un dannato maniaco-represso che per sfogare i suoi istinti aveva scelto una ragazza a caso: lei. Quando, per tornare a casa, era passata davanti al portiere lui ci mise un attimo a fare due più due: i portieri di notte capiscono sempre tutto al volo, o almeno così diceva sempre Silvano. Se da una parte lui provava tenerezza per quella donna con il viso tumefatto, era anche curioso di capire cosa diavolo ci facesse in un motel come il suo e così, facendo finta di non trovare il suo documento, quella sera aveva attaccato bottone ed era riuscito ad offrirle qualcosa di caldo da bere nel retro della reception. Tempo di farla sedere e prepararle un the e si era ritrovato Monica in lacrime. Silvano aveva imparato quasi subito che Monica parlava raramente e se lo faceva erano parole precise, che andavano dritte al punto. Inutile tentare di parlare di Monica con Monica. Lei voleva tenere la propria vita, qualunque essa fosse, fuori da quel motel. Quella sera Silvano decise che Monica gli piaceva e, guidato dal suo istinto, le aveva consegnato la piccola pistola che teneva nascosta sotto il banco della reception. “Tutte ne hanno una, non si sa mai” disse Silvano allungandole l’arma e Monica, ancora in stato di shock, aveva accettato quello strano dono. A distanza di mesi, ogni volta che apriva la borsetta e vedeva il manico di legno della pistola, non poteva evitare di sorridere per quello strano modo per suggellare quella nuova amicizia.

Ti serve qualcosa? – ora la voce di lui ora era seria dall’altra parte del

telefono.

No, sto bene. Tra un po’ mi faccio una doccia. Ti trovo dopo?

Certo Monik, come al solito.

Ci fu un’altra piccola pausa di silenzio. Voleva ringraziarlo per la chiamata, per quella piccola carezza disinteressata che le aveva appena fatto, ma non trovava le parole: l’unica che le veniva in mente era solo uno stupido grazie ma, come sempre, non disse nulla. Riagganciò il telefono e guardò l’ora. Erano le 23:29. Si, questa sera voleva tornare a casa presto.

Monica diede una rapida occhiata alla stanza giusto per capire dove fossero finiti i suoi vestiti e fu in quel momento che rivide la sua borsa, la borsa in cui quella mattina aveva messo un test di gravidanza. Aveva fatto il test quella mattina, ma non se l’era sentita di guardare l’esito. Non riusciva nemmeno a concepire l’idea di essere rimasta incinta. Era già uno schifo così, non voleva altra merda da sistemare. Aveva ancora vivo il ricordo del farmacista che il giorno prima l’aveva guardata come se sapesse, come se avesse intuito il perché di quell’acquisto. “Cazzo vuoi stronzo” questo più o meno era stato lo sguardo con cui lei gli aveva risposto ma era stata solo vergogna quella che le dettò un atteggiamento così aggressivo. Sapeva bene di essere ancora una bella donna, alta, slanciata, tutto al posto giusto, una donna che poteva benissimo avere un marito o un compagno con cui cercare di avere un figlio. Perché no, era così assurdo? Ovvio che non era assurdo, lo sapeva bene Monica, ma era inutile raccontarsi cazzate: era fin troppo cosciente di come stavano realmente le cose ed era stato quello il motivo per cui si era vergognata a morte, quello il motivo per cui non era riuscita a sostenere lo sguardo del farmacista.

Sei giorni di ritardo per lei significavano solo una cosa: fottuta. Era sempre stata un orologio, mai un giorno in più o un giorno in meno. Contava 28 ed il gioco era fatto; così per anni. Fino a sei giorni fa.

Si era spaccata la testa cercando di ricordare se avesse preso tutti i giorni la pillola o se si fosse dimenticata qualche volta di controllare i preservativi dopo ogni rapporto. No, non aveva sbagliato niente, ne era sicura. Cosa diavolo era successo? Quando? Con chi era successo? Sarebbe stato molto più semplice dare una risposta a quella domanda se Monica avesse avuto anche una vaga idea della persona con la quale si trovasse quindici giorni prima ma era praticamente impossibile vista la sua agenda. No, era impossibile risalire a chi fosse lui. E poi, avrebbe avuto davvero importanza?

Distolse lo sguardo dalla borsa e si passò le mani tra i capelli: le mani cominciarono a tremarle. Era una cosa che si portava dietro fin da quando era bambina e Monica aveva sempre odiato quella sua debolezza. Si avvicinò al piccolo frigobar vicino al letto e prese un mignon di liquore senza nemmeno badare a cosa stesse per ingurgitare e si accese un’altra sigaretta.

Fanculo – sussurrò tra i denti.

Erano passati più di 3 mesi da quando non toccava una bottiglia, da quando si era fatta una promessa in nome di Sara: niente più alcol, poche sigarette e soprattutto trovare il metodo per rimettere sulla giusta carreggiata la propria vita. Per ora era una sconfitta su tutti i fronti.

Bevve il distillato direttamente dalla bottiglietta in un unico sorso per poi scuotere la testa come fanno i bambini dopo avere preso una medicina dal sapore sgradevole. No, non era ancora pronta per guardare dentro la borsetta.

Si alzò e cominciò a camminare avanti ed indietro nella piccola stanza del motel fumando e cercando di riprendere il controllo di sé. Aveva bisogno di muoversi per cercare di fare il punto della situazione. Nella sua testa si vedeva già in uno di quei centri dove l’anonimato è la parola d’ordine, scambiando occhiate furtive con le altre donne ed immaginare quale storia ci fosse dietro ognuna di loro. Monica non si sentiva come loro, aveva la presunzione di essere diversa, forse migliore ed invece, come nella migliore delle commedie, si stava accorgendo che c’era finita dentro proprio bene. Prima sua figlia Sara, poi il divorzio con Luca, la perdita del lavoro, la decisione di prostituirsi per poter vivere ed ora il problema di un’eventuale gravidanza. Aveva la testa che scoppiava.

Stava ancora camminando lentamente nella piccola stanza quando incrociò la sua figura riflessa nello specchio posto proprio davanti al letto. No, non c’era nulla da dire: per essere una quarantenne, sapeva di essere ancora una bella donna, piacente e sensuale con capelli neri lisci come quelli di un’orientale. Avevo il volto stanco ma i suoi tratti rimanevano delicati. Aveva preso da sua madre. Certo, qualche ruga era comparsa ma non era un problema per Monica, non aveva mai badato a quelle cose. Un corpo tra il gracile e lo snello ed una carnagione chiara la facevano sembrare un esserino fragile cosa che, per alcuni uomini, era fonte di eccitazione. Ma la cosa che la colpì nella figura riflessa, quella sera, erano i suoi occhi: erano fermi.

Come era arrivata a ridurli in quel modo?

Non poteva dire che fossero stati anni fortunati quelli passati, vedeva la sua vita come spezzata in due: la prima felice e vivace e la seconda vuota, senza stimoli, ferma. Quello che faceva più rabbia a Monica era prendere coscienza del fatto che negli ultimi 2 anni si fosse lentamente rassegnata, come se vivere fosse lo scopo e non il mezzo.

Continuò a guardarsi in silenzio: una donna nuda con un sigaretta in mano. Rimase quasi incantata dalla pietà che le faceva nascere quell’immagine. Piegò leggermente la testa come per testare se la figura riflessa fosse proprio lei. Lo specchio piegò la testa insieme a lei.

Partì a passi decisi verso il piccolo comodino vicino al lato del letto e spense la sigaretta. “Fanculo” pensò contando i 3 mozziconi agonizzanti che era riuscita ad uccidere in soli 10 minuti.

– Stasera va così – esclamò come se quelle parole fossero una specie di giustificazione per aprire nuovamente il piccolo frigobar e prendendo le tre bottigliette rimaste. Le bevve di fila, una dietro l’altra, senza nemmeno sentire il gusto dell’alcol.

Si buttò sul letto aprendo le braccia più che poteva. Quella posizione l’aveva imparata insieme a sua figlia Sara, ricordava ancora il suono della sua voce mentre diceva “Vero mamma che sembra di volare?”. Ed effettivamente, quella sera, con tutti i pensieri che le schizzavano in testa e con l’alcol che cominciava a fare effetto, si sentì più leggera. Magari volare no, ma per lo meno non stava più cadendo verso il basso. Per imparare a volare ci vuole tempo. Rimase in quella posizione alcuni istanti, con il silenzio della camera a farle compagnia. La finestra era ancora aperta e Monica cominciava ad avere freddo.

Passarono minuti, tanti minuti.

Infine Monica prese coraggio, si alzò ed accese la luce.

Si avvicinò alla borsetta e la svuotò con rabbia sul letto sfatto. Portafoglio, pistola, chiavi della macchina, preservativi, un rossetto ed una confezione di fazzoletti di carta fecero capolinea sul lenzuolo. Controllò l’interno della borsetta e lì vide quello che stava cercando: un piccolo stick bianco senza confezione, incastrato nella cerniera della tasca interna della borsa. Era rimasto in quella posizione per caso come se il destino volesse impedire a Monica di controllare il risultato. Fece mente locale per ricordare le istruzioni: una lineetta salva, due lineette fottuta. Prese lo stick e si sedette sul letto, con il cuore che martellava a più non posso. Doveva sapere.

Forse si sarebbe risolto tutto con un grosso sospiro di sollievo e lei si sarebbe potuta fare finalmente una doccia con l’anima un po’ più leggera. Ci sperava tanto.

Guardò l’ora: erano le 23:51.

Dio ti prego – sussurrò.

Guardò lo stick.

Due lineette.

Lo guardò ancora, incredula.

Le due lineette erano fisse e precise.

Cominciò a piangere in silenzio mentre il suo sguardo rimaneva fisso sul test di gravidanza che tremava copiando il tremolio involontario delle sue mani. Pianse così senza emettere alcun gemito o alcuna parola. Pianse come piangeva ormai da tempo, sconfitta e stanca da quella vita che negli ultimi anni le aveva dato solo problemi. Pianse per sua figlia Sara, per quella perdita enorme che ancora oggi non accettava, per Luca che non le era stato vicino nel momento più difficile della sua vita e pianse per quel fottuto stick che aveva sancito in maniera inequivocabile che era incinta, una puttana incinta.

L’agitazione che le montava dentro trasformò quel pianto silenzioso in un singhiozzo incontrollato che scuoteva il suo corpo quasi fosse una crisi epilettica. Con rabbia lanciò lo stick lontano da lei, quella stessa rabbia che le dettò di cominciare scaraventare qualsiasi cosa le capitasse a portata di mano. In pochi istanti nella piccola stanza si creò il caos con oggetti che volavano e poi cadevano rumorosamente in ogni dove ed una donna, al lato del letto, che continuava a ripetere “no, no, no” come fosse una litania. Nella stanza nulla era più al proprio posto e ovunque regnava disordine e caos.

Solo la pistola era rimasta immobile sul letto, come a sfidarla.

Monica l’afferrò per sfogare fino in fondo la sua rabbia, ma in quel momento rivide la sua immagine allo specchio. Camminò verso lo specchio per portarsi a soli pochi centimetri dalla figura riflessa. Il suo respiro appannava leggermente la superficie liscia sotto il naso. Quello che vide non le piacque per niente: il viso rigato dal trucco, tutta un fremito per l’agitazione che aveva dentro e con in mano una pistola.

Appoggiò la fronte allo specchio ormai vinta.

Fece due passi indietro. Sentiva il freddo della pistola nella sua mano destra. Era pesante.

Pensò a quanto sarebbe stato facile interrompere quella sofferenza, quanto sarebbe stato semplice con un solo click risolvere tutto. Con le mani ancora tremanti alzò la pistola alla tempia per vedere che effetto le avrebbe fatto vedere trasformata in realtà quella fantasia. Monica non riusciva a tenerla completamente ferma. Guardò lo specchio e piegò leggermente la testa.

Squillò il telefono. Monica si spaventò.

Il colpo partì.

Cadde morta riversa sul pavimento, con il cranio sfondato dal colpo di pistola sparato da distanza ravvicinata.

Alla reception, Silvano sentì lo sparo. Ci mise un attimo a fare due più due: i portieri di notte capiscono sempre tutto al volo.

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3 pensieri su “Racconto numero 5

  1. Arrivata allo sparo, d’impulso ho pensato: “No … Monica …”!
    Come sempre il tuo stile “inganna” il lettore … Durante le prime battute appare una storia, che evolve in maniera inaspettata nel finale!
    Complimenti!
    Non vedo l’ora di leggere i prossimi racconti … Che aspetto sempre con un pizzico di impazienza!

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