Racconto numero 3

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IL FOULARD BLU

E’ successo poco dopo Natale. A New York nevicava quel giorno. Mia madre era in una clinica del New Jersey, a soli 40 minuti di macchina dal mio appartamento.
Quando arrivai trovai Teodor, l’oncologo che l’aveva in cura. Senza convenevoli mi spiegò subito che un altro ciclo di chemioterapia sarebbe stato inutile: il tumore non stava regredendo e il corpo di mia madre non avrebbe sopportato oltre.
– Non ha alcun senso continuare – mi disse posandomi una mano sulla spalla. Aveva mani delicate Teodor.
Non dissi nulla.
Qualche istante dopo entrai in camera sua. Lei era sdraiata sul letto con ancora dei tubicini infilati nel braccio. Nell’aria echeggiava il Guglielmo Tell di Rossini. Quando mi vide premette un pulsante su un telecomando e la musica svanì. Non ho mai amato la musica lirica e questo lei lo sapeva.
– Andiamo a casa – le dissi.
Girò la testa verso la finestra senza dirmi nulla. Credo intuisse cosa mi aveva appena detto il Dr. Teodor. Guardai anche io la neve scendere su Manhattan. Natale era ormai passato ma c’era ancora nell’aria quell’atmosfera che avevo imparato ad amare fin da piccola.
Mentre raccoglievo le sue cose e l’aiutavo a rivestirsi non ci parlammo, non c’era poi molto da dire. Un’infermiera entrò in camera con una carrozzina ed aiutò mia madre a sedersi.
Uscimmo dalla clinica. L’infermiera ci salutò sul ciglio della porta. Fuori i lampioni si erano appena accesi, ricordo il loro sfarfallio. La neve stava cominciando a ghiacciare ed il traffico sarebbe stato tremendo sotto il Lincoln Tunnel per arrivare a MidTown.
Eravamo ferme, appena fuori l’entrata dell’ospedale, cappello e guanti per me ed una coperta di lana per lei. L’aria pungeva la pelle. Non so come mi vennero fuori le parole, furono più che altro la traduzione simultanea di un flusso di coscienza.
– Ti porto a casa mia
Non mi rispose.
Era strano guardarla dall’alto verso il basso.
– Teresa può venire a stare da noi – continuai – Lei ci sarà di giorno e la sera starò io con te.
– Tu lavori…
– Non preoccuparti – le dissi.
Arrivammo alla macchina e la feci salire. Non pesava più nulla ormai. Mi domandai chi fosse la madre e la figlia in quel momento.
Arrivammo a casa alle dieci passate: il traffico e la neve non ci avevano risparmiate. In macchina non avevamo aperto bocca. Ci pensò la radio a riempire il nostro silenzio.
Ero stanca, continuavo a pensare a cosa avrei dovuto fare e soprattutto, come aveva detto Teodor, come avrei dovuto prepararmi. Avevo chiamato Teresa avvisandola del cambio di programma. Anche a lei sembrava la soluzione migliore. Almeno in quello mi sentì sollevata.
Quella sera cucinai, niente tv o libro a tenermi compagnia. Aiutai mia madre a mettersi a letto, poi tornai in cucina. Dalla sua nuova camera sentì arrivare della musica. Non c’era bisogno di capire che musica fosse, sapevo che era il suo modo per dimenticare di essere a New York.
Presi una bottiglia di vino bianco e riempì un bicchiere. Seduta sul divano, ancora con i vestiti addosso, mi chiesi se fosse quello il modo migliore di prepararmi. Il vino mi fece tornare alla mente le mani di Teodor.
Quella sera le note di Rossini furono la nostra colonna sonora.

Si era ammalata due anni fa. Un anno prima se n’era andato mio padre: in sole due settimane scoprimmo che era malato di leucemia e poi morì. In quel caso non c’era stato il tempo di prepararsi. Con mia madre invece era stato diverso: analisi del sangue sballate, esami di controllo, risonanza ed infine l’esito: tumore al fegato.
Ero stata io ad insistere perché facesse degli esami di controllo. Dopo la perdita di mio padre mi sembrava la cosa più logica da fare. Per le settimane seguenti mia madre non mi parlò. Sentivo comunque di aver fatto la cosa giusta ma la sera, dopo aver parlato al telefono con lei, mi chiedevo se tra i diritti di una persona ci fosse anche quello di poter evitare di sapere.
Mi buttai a capofitto nella logistica della situazione, forse per non pensare ai risvolti umani che la frase “sua madre ha un tumore” si portava dietro. Trovai Teresa, un infermiera sudamericana che avrebbe seguito mia madre durante la settimana mentre io le avrei fatto visita durante i week end. Avevo trovato una clinica, il St. Elisabeth Hospital, poco distante da casa, dove sarebbe stata seguita da personale qualificato e gentile; il coupon diceva proprio così: qualificato e gentile. Le installai addirittura una connessione ad internet credendo che avrebbe potuto aiutarla a passare le giornate in casa quando gli effetti della chemioterapia sarebbero stati troppo pensati. Solo su una questione non riuscì a convincerla: trasferirsi da me, a Manhattan. Diceva che non avrebbe lasciato la sua casa per nessuna ragione, voleva rimanere lì.
Il primo anno e mezzo passò tranquillo. Il tumore era piccolo e, data l’età di mia madre, il suo sviluppo era lento. Mia madre rispondeva bene alle cure cosa che non si può dire riguardo alla sua reazione per la perdita dei capelli. Un pomeriggio scegliemmo insieme, su internet, un foulard blu. Per tre giorni fu intrattabile e non volle uscire di casa ma quando finalmente il corriere consegnò l’articolo fu talmente soddisfatta del suo acquisto che passò il resto del pomeriggio davanti allo specchio a provare quel foulard con tutti i vestiti che aveva nell’armadio. Era bello vederla sorridere.
La chiamavo la mattina per sapere come stava e nel primo pomeriggio parlavo con Teresa per avere un giudizio professionale sulla sua salute. La sera, subito dopo cena, telefonavo per sapere come avesse passato la giornata e per assicurarmi che stesse bene. A volte le raccontavo anche un po’ di me.
La verità era che non riuscivamo a parlare ed il risultato erano telefonate che non duravano più di qualche minuto e sguardi muti quando ci vedevamo. Mi sentivo in difetto ma fingevo che tutto andasse bene.Tutto sommato avevamo trovato un nostro equilibrio.
Il sabato pomeriggio passavo a trovarla: mi faceva sempre trovare del the con dei biscotti. Non importa che stagione fosse: che ci fossero trenta gradi come meno dieci, sul tavolo della cucina c’erano sempre the e biscotti. Apprezzavo comunque il gesto.
Non mi fermavo mai più di due o tre ore perché il tempo prendeva una strana piega a casa di mia madre, si dilatava. I discorsi terminavano poco dopo aver depositato la borsa ed il cappotto. Per il tempo rimanente era un rimescolare continuamente gli stessi argomenti: c’erano i Newal che avevano appena cambiato macchina, Ms. Patterson che era appena tornata da una crociera, i Roberts che non tenevano mai in ordine l’erba del giardino. Parlavamo di tutto e di tutti tranne che di noi.
Ogni tanto mi sorprendevo a guardarle la pancia. Con gli anni si era allargata e lasciata andare, era normale. Mi chiedevo se sarei diventata così anche io: non era un’ipotesi così remota dopo tutto. La guardavo e immaginavo di poter visualizzare i suoi organi fino ad arrivare al fegato ed individuare la piccola massa che aveva invaso il suo corpo.
La domenica invece la raggiungevo di mattina, intorno alle nove, le portavo il giornale e insieme andavamo al vicino parco a pranzare e, se il tempo lo permetteva, facevamo anche delle lunghe passeggiate. Avevo imparato a conoscere le sue amiche, mi ero seduta sulla sua panchina preferita, quella sotto l’abete che guarda il lago, e mi ero fermata a prendere un caffè con lei al bar vicino all’uscita. Lì avevo conosciuto Alfred, il barista: un uomo garbato, con gilet e gemelli ai polsi. Alfred doveva avere su per giù la stessa età di mia madre. Credo proprio che avesse un debole per lei. Intorno alle 15 la riaccompagnavo a casa ed aspettavo insieme a lei che rientrasse Teresa. C’era sempre la tazza di the ed i biscotti sul tavolo.
Salivo in macchina e la salutavo dal finestrino. Appena spariva dalla mia vista mi facevo sempre la solita promessa: la prossima volta sarebbe andata meglio, mi sarei sforzata un po’ di più, avrei cercato di parlarle. Mi sentivo in dovere di fare qualcosa, di recuperare il nostro rapporto. Ma quel dovere, al posto di fungere da molla, mi bloccava ancor più, mi sentivo impacciata.
Con il tempo la malattia di mia madre divenne una cosa normale, gestibile. Un pericolo non immediato, piano piano si trasforma in qualcosa di innocuo nella mente delle persone. Ed io non avevo fatto eccezione. Credo che anche mia madre la pensasse allo stesso modo tanto è vero che avevamo instaurato un tacito accordo: non si parlava della malattia. Non c’era stato bisogno di dirselo apertamente, l’avevo capito da me. Dopo la diagnosi avevo provato ad affrontare con lei il discorso, se sapeva a cosa sarebbe andata incontro, se c’era qualcosa che potessi fare per lei. Le avevo chiesto addirittura se avesse paura. Per tutta risposta mi aveva chiesto se volevo del the. Non ero più tornata sull’argomento.
Gli ultimi sei mesi erano stati diversi. La malattia aveva avuto una brusca accelerata e dovetti ricoverare mia madre diverse volte. Ogni volta che si sottoponeva ad un ciclo di chemio il recupero era più lento. Il rumore dei suoi conati mi era entrato nella pelle, la puzza di urina era ovunque in casa. La vedevo star male eppure non riuscivo ancora a trovare un punto di contatto con lei: ero come una muta osservatrice. Insieme a Teodor ed al suo staff concordammo un cambio di terapia, un chemioterapico meno invasivo pur sapendo quello che significasse intraprendere quella strada.
Non dissi nulla a mia madre e questo, nella mia testa, equivaleva a mentirle.
Cominciammo a non andare più al parco, le camminate si erano ridotte e piccole gite intorno all’isolato per poi diventare solo qualche passo intorno al divano. Il the lo servivo io e mi preoccupavo che sul tavolo ci fossero sempre due o tre biscotti.
Una domenica, intorno all’ora di pranzo, suonarono alla porta. Era Alfred. Lo feci accomodare e andai a recuperare mia madre: la trovai in bagno intenta a cercare di mettersi in ordine. Quando entrai la vidi arrossire. L’aiutai con il trucco e con i capelli. Volle indossare il foulard blu prima di raggiungere Alfred in soggiorno. Mi sentivo di troppo e con una scusa qualsiasi andai in camera mia e mi attaccai al cellulare. Quel giorno Alfred pranzò con noi. Non so quanta fatica fosse costato a mia madre quel pranzo, ma era bello guardarla chiacchierare con lui.
Due giorni dopo mia madre ebbe un’altra crisi.

Erano bastati pochi giorni per cancellare anni di vita newyorchese. La presenza di mia madre nel mio appartamento era diventata normale quasi subito, anche se condividere la mia solitudine con lei non era cosa semplice: sembrava diversa la mia vita con qualcuno accanto, più vuota. Per la prima volta pensai di aver sbagliato a giudicare qualcosa.
La sua stanza, in pochi giorni, non aveva nulla da invidiare alla camera della clinica dove era solita fare la terapia. Teresa, in questo, era stata un dono del cielo.
Ero al lavoro quando arrivò la telefonata. La voce di Teresa era professionale ma per la prima volta avvertì in lei agitazione. Voleva che andassi a casa.
Mollai tutto. Dopo appena quindici minuti dalla telefonata ero arrivata davanti alla porta di ingresso. Teresa era in soggiorno, in silenzio. I suoi occhi cercarono i miei, ma io sfuggì al suo sguardo.
Arrivai da mia madre o quel che ne rimaneva. La trovai sdraiata con lo sguardo perso verso l’alto. Non so se si accorse della mia presenza. Le presi la mano, avevo quasi paura di farle male. Il suo braccio non pesava nulla. Chiamai subito Teodor che arrivò dopo circa un’ora. Dalla sua borsa estrasse una siringa, le fece un’iniezione ed attaccò a mia madre una flebo. Io ero sulla porta, in silenzio, incapace di muovermi o di proferire parola.
Quel pomeriggio mia madre decise di non morire.
Eravamo tutti stravolti. Mia madre si era addormentata: il suo russare era qualcosa di fastidioso e celestiale allo stesso tempo. Io, Teresa e Teodor eravamo seduti al tavolo in soggiorno. Meccanicamente preparai del the con biscotti. Cominciammo a parlare di banalità.
Dopo quasi un’ora Teodor tornò a visitare mia madre.
– Ora dorme – mi disse lui di ritorno in soggiorno. Furono i suoi occhi a terminare la frase.
Teresa passò la notte con me. Non avrei avuto il coraggio di domandarglielo ma apprezzai infinitamente il gesto, ne avevo davvero bisogno. Le mie insistenze per farla dormire in camera mia risultarono inutili. Insieme preparammo il divano per la notte. Dopo poco ci trovammo a sorseggiare del bourbon preso dal mini-bar della cucina. Era stato il mio capo a regalarmi quella bottiglia. “Questa è per le grandi occasioni” mi disse all’epoca. Non poteva esserci occasione migliore.
Verso mezzanotte andammo a letto ma io non riuscì a chiudere occhio. Mi ero resa conto di non essere preparata, di non aver seguito il consiglio di Teodor. Avevo lasciato che due anni passassero come se nulla fosse, come se nulla stesse per succedere. Le passeggiate al parco, i the con i biscotti, le telefonate. Tutte occasioni perse, tutto tempo sprecato. L’ultima cosa che sentì prima di addormentarmi fu il ritmico russare di mia madre.
Alle quattro mi svegliai per bere un goccio d’acqua: l’alcol e la tensione mi avevano disidratata. Trovai Teresa che dormiva profondamente in soggiorno. Era in posizione fetale, con la testa girata verso la finestra. Mi chiesi se per lei il sogno americano si fosse avverato. Arrivai al frigo facendo meno rumore possibile ed evitando di accendere la luce. Dal basso arrivavano ovattati rumori di sirene ed ambulanze mentre il traffico stava cominciando a svegliare la città.
Solo in quel momento mi accorsi di non sentire più russare mia madre. Lasciai perdere l’acqua e corsi verso la sua camera per accettarmi che stesse bene. Mi fermai sulla soglia, in ascolto.
Mia madre era seduta appoggiata allo schienale del letto. Era tanto pallida che potevo scorgere il suo viso anche al buio. Teneva lo sguardo fisso davanti a sé. Non si era accorta che la stavo fissando. Feci un passo in avanti per annunciarmi. In quel momento si girò verso di me. Sorrisi.
– Ciao  – sussurrai.
Lei continuò a fissarmi, senza dire una parola. Il suo volto era, fermo, inespressivo. Non capivo se fosse cosciente o meno: forse i farmaci di Teodor stavano facendo affetto.
– Devi riposare – continuai.
Rimasi ferma sulla porta per alcuni attimi quasi ad aspettarmi una sua risposta e cercando di interpretare il suo volto. Mi girai con l’intenzione di tornare in camera mia, avevo bisogno di dormire.
– Claire
Come un coltellata, sentì pronunciare il mio nome alle spalle. Erano anni che non accadeva.
Tornai a guardarla: questa volta ero io a cercare i suoi occhi. Li trovai fissi su di me, come a voler essere sicura di avere attirato la mia attenzione.
– Non è colpa tua Claire – mi disse.
Allungò un braccio lungo il fianco e batté dolcemente la mano sulla parte libera del letto. Ero sorpresa, non capivo bene cosa stesse succedendo ma mi diressi verso di lei e mi sedetti sul letto.
– Devi riposare. Oggi non sei stata bene – le dissi.
– Claire… – mi disse mettendo una mano sulla mia – lasciami parlare Claire.
Non sapevo cosa dire, non sapevo cosa volesse dirmi. Guardò fuori dalla finestra vagando più nei suoi pensieri che nel panorama offerto da Manhattan alle quattro del mattino. La lasciai fare. Mi sedetti sul letto accanto a lei.
Si girò di nuovo verso di me e cominciò a parlare.
– Questo pomeriggio credevo di non farcela sai, credevo davvero di essere arrivata alla fine. Teresa che mi teneva la testa, mi chiamava per nome. Tremavo come una foglia Claire. Non mi ricordo di aver mai tremato così tanto. Poi l’ho sentita andar via, parlava con qualcuno al telefono. Io ero qui nel letto, tutta sudata e senza forze. Cercavo solo di resistere ancora un po’, ancora un po’ continuavo a dirmi…
– Mamma…
Avevo le guance rigate.
– No, aspetta… – mi disse stringendomi la mano. Non c’era quasi più pelle sulle sue dita ma il tocco rimaneva delicato, come quello che era abituata a sentire da piccola.
– Non è colpa tua quello che è successo, capito? Non è colpa tua.
La voce di mia mamma era un sussurro, senza forza. Eppure quello che riuscì ad evocare dentro di me fu una valanga. Rividi il volto di mio figlio, l’attimo dell’incidente, il risveglio in ospedale dopo il mio coma durato 4 mesi. Rividi Martin, con le lacrime agli occhi, che mi diceva “hanno fatto di tutto ma purtroppo non ce l’ha fatta” ed io che non sapevo come fare per continuare a vivere, non sapevo come fare per continuare a respirare.
La stretta di mia madre divenne più forte. Capiva quello che stavo pensando.
– E’ stato un incidente Claire, solo un tremendo incidente. Soffrimmo tutti per il piccolo Mathew – continuò lei – Per una madre non c’è dolore più grande. Non so come tu abbia fatto a mascherare quello che ti portavi dentro.
– E’ stato tanto tempo fa mamma… – le dissi. Questa volta ero io a perdermi nell’oscurità offerta dalla finestra al lato del letto.
– Lo so Claire, lo so. E’ stato tanto tempo fa.
Rimanemmo in silenzio. New York ci faceva da balia in quella notte dove, non so per quale strana alchimia, avevo appena ritrovato mia mamma. La sentivo finalmente. Non era stato indolore ma ora c’era, era lì con me.
Avevo sperato tanto che un giorno tutto tornasse come prima, prima dell’incidente, ma quelle volte in cui provavo a fantasticarci sopra non riuscivo ad immaginare una situazione in cui tutto ciò potesse accadere. Non avevo considerato il tumore.
Il giorno stava facendo capolino tra i grattacieli esposti ad est. Ritornai a guardarla.
– Mamma non c’è bisogno, davvero – le dissi.
– Invece si, Claire, invece si.
Guardò il comodino.
– Passami un po’ di acqua per favore – mi disse.
Riempii il bicchiere e glielo passai. Bevve lentamente ma nonostante questo un rivolo d’acqua le scivolò lungo la bocca. Con un fazzolettino mi affrettai ad asciugarle il labbro. Lei mi fermò la mano e la tenne proprio all’altezza della sua bocca. Poi la baciò.
Mi misi a piangere di nuovo.
Appoggiai nuovamente il bicchiere sul comodino mentre lei riprendeva a parlare.
– Ognuno di noi ha vissuto il dolore a suo modo e forse proprio per questo abbiamo sbagliato tutti. Ma io, Claire, come mamma ho il debito maggiore nei tuoi confronti. Non ti ho capita e non ti ho aiutata. Non mi sono resa conto che così facendo aumentavo la distanza tra me e te, che giorno dopo giorno ci stavamo separando. In quel momento ti serviva un’amica ed io non ero lì. Quando poi, hai deciso di ritornare a New York, ho capito che ti avevo persa definitivamente.
Ricordai tante cose mentre ascoltavo mia madre parlare. Ero attraversata da continui flashback. La riabilitazione dopo l’incidente, le incomprensioni con Martin. Il ritorno a New York. Erano successe davvero tante cose negli ultimi anni. Troppe forse.
– Sai che non è vero mamma. Le cose non andarono esattamente così – le dissi.
– Non sei mai stata capace di mentire Claire, è una cosa che proprio non sai fare – mi bacchettò lei con un mezzo sorriso.
Sorrisi anche io. Ero sicura che se non fosse stata malata, se non ci fosse stato di mezzo il cancro e Teresa nell’altra stanza, saremmo scoppiate a ridere entrambe. Avremmo riso con una di quelle risate grasse che ti riempiono l’anima e la bocca. Dio quanto mi sarebbe piaciuto.
Invece ci guardammo e basta, cercando di non fare troppo rumore per non svegliare Teresa. Nei nostri sguardi c’era intesa, la stessa intesa che avevo imparato ad amare da piccola.
Passarono alcuni minuti. Aiutai mia mamma a stendersi nel letto.
– Cerca di dormire ora – le dissi. Non mi alzai dal letto, rimasi lì con lei e dopo alcuni attimi mi sorpresi ad accarezzarle i capelli.
L’abat-jour proiettava le nostre ombre contro la parete: sembravo un gigante rispetto a mia mamma. Eppure in quel momento, mentre le accarezzavo la testa e sentivo il suo respiro leggero sotto la mia mano, capivo quale sforzo avesse compiuto per dirmi quelle parole. Il gigante, quelle notte, non ero stata io.
A poco a poco il respiro si fece regolare per poi trasformarsi in un leggero russare, quel russare che avevo imparato ad amare soltanto da poche ore.
Rimasi lì sul letto con lei per un tempo indefinito. Sentivo la città svegliarsi fuori dalla finestra e vedevo la luce filtrare nella stanza. Quella luce avrebbe cancellato le parole di quella notte, avrebbe portato via l’intimità che si era creata.
Cominciai a parlare senza accorgermene, forse più con me stessa che con mia madre.
– Sono scappata mamma. Dovevo cambiare, non ce la facevo più a rimanere lì. Continuavo a rivedere il volto di Mathew, ogni giorno rivivevo il momento dell’incidente, l’impatto con l’altra macchina. Tutti i giorni sentivo nelle mie orecchie le sue urla che mi supplicavano di aiutarlo ed io imprigionata nel sedile anteriore incapace di fare qualsiasi cosa.
– Sai com’è il pianto disperato di tuo figlio, mamma? Lo sai? Ed io lì, a pochi centimetri, ferma a guardarlo mentre minuto dopo minuto perdeva le forze, smetteva di piangere, i suoi occhietti che si chiudono. Ho visto diventare blu le sue labbra, ho visto diventare pallido il suo volto. Alla fine non l’ho più sentito.
Le lacrime ripresero a scendere.
– Poi ti accorgi che le grida che fino a pochi istanti prima ti strappavano l’anima, ora ti mancano, le desideri come fossero acqua nel deserto. Ti accorgi di desiderarle perché quelle grida erano vita, mentre quel silenzio sai che è morte. E ascoltando quel silenzio, piano piano, muori anche tu.
Rimasi ferma, fissa a guardare il volto di mia madre che aveva ripreso a dormire. Non avrei avuto il coraggio di dirle quelle cose altrimenti.
– Mia nonna mi diceva sempre una cosa – disse Teresa sulla porta.
Non mi ero accorta della sua presenza e rimasi a guardarla tra l’imbarazzo e lo smarrimento di sentire una voce all’improvviso.
– Scusatemi signora Claire, non volevo ascoltare. Mi sono svegliata e volevo controllare come stava sua mamma.
– Si è appena addormentata – le dissi. Mi asciugai svelta le guance. Teresa aveva le braccia conserte ed un pigiama troppo grande per la sua taglia. In qualche modo la consideravo una di famiglia.
– Venga di là signora Claire, le preparo un caffè – mi disse.
– Si, arrivo – le risposi.
Guardai ancora per un attimo mia mamma. Sorrisi. Avevamo ancora tempo dopo tutto.
Prima di uscire dalla sua stanza mi voltai un’ultima volta. L’abat-jour continuava ad illuminarle il viso mentre lei continuava a russare. Il piumone si muoveva all’unisono con il suo respiro. Sembrava cullarla.
Teresa aveva già preparato l’acqua per il caffè quando arrivai in soggiorno.
– Scusatemi per prima, non volevo.
– Figurati – le dissi – Non preoccuparti
Per alcuni istanti rimanemmo in silenzio, lei in piedi davanti ai fornelli mentre io sprofondo nella poltrona tenendomi la testa con le mani. Mi sentì investita da una improvvisa stanchezza.
– Cosa ti diceva tua nonna? –  le domandai mentre riempiva le due tazze con il caffè.
– Mi diceva che la vita è come un grosso fuoco e noi dei piccoli legnetti.
– Non capisco…
Teresa rise.
– Anche io non capivo all’inizio signora Claire. Poi quando sono cresciuta ho cominciato a capire un po’ di più.
Le sorrisi.
– Beh, vuol dire che sono ancora troppo giovane o sono ancora troppo stupida – le risposi con finto sarcasmo.
– Ne una ne l’altra signora Claire.
– Ah no?! Allora cosa sono? – le chiesi
– Siete solo stanca signora.
Teresa era come una coperta calda.
Mi allungò la mia tazza di caffè e ci mise dentro una zolletta di zucchero. Ormai mi conosceva bene.
– Siamo come legnetti che bruciano signora Claire – continuò – Da giovani siamo forti e robusti, bruciamo bene e la nostra fiamma è alta. Ma con il tempo quella fiamma che all’inizio alimentavamo, comincia a chiederci troppo, comincia a bruciarci. E noi siamo stanchi, non riusciamo più a darle quello che ci chiede. Piano piano diventiamo secchi, bruciamo poco. Alla fine quel che resta è solo cenere.
Arrivò il silenzio. Bevemmo il nostro caffè con calma. Nessuna delle due parlava più.
Mi risvegliai con la testa appoggiata al tavolo del soggiorno. La tazza di caffè era sparita. Teresa e mia madre erano in bagno: la stava aiutando a lavarsi. Telefonai in ufficio per avvisare che quel giorno non sarei andata al lavoro. Non fecero domane, conoscevano la situazione.
Raggiunsi Teresa e mia mamma in bagno. Si fermarono tutte e due quando entrai. Rimasi lì, ferma ad aspettare che mi accettassero tra loro. Teresa mi sorrise e guardò di rimando mia mamma. Lei allungò le braccia per farsi aiutare ad uscire dalla vasca. Non disse nulla. Andai verso di lei, le afferrai le mani e con attenzione la presi in braccio per adagiarla sulla sedia davanti al lavandino.
Mentre Teresa finiva di asciugarla io mi occupai dei capelli. Le feci una tinta. Mia mamma cercò di protestare all’inizio ma io ero decisa e dopo alcuni minuti di battibecco la convinsi a farsi maltrattare da me.
– Non vai al lavoro? – mi chiese mentre avevo le mani affondate nei suoi capelli.
– No mamma, oggi no – risposi.
Non c’era bisogno di dire altro.
Quel giorno la portai in giro per Manhattan spingendola sulla sua carrozzina. Le mostrai Central Park, i suonatori ambulanti e l’esercito di runner con le loro cuffiette. La portai a Ground Zero ed al molo sud da dove si poteva vedere la statua della Libertà ed Ellis Island. Le feci provare un taxi e facemmo anche qualche fermata di metrò ma quest’ultima non le piacque, faceva troppo caldo e con la carrozzina si sentiva d’impaccio. Pranzammo in un ristorante italiano poco distante da Times Square. Verso le tre del pomeriggio era stanca ma mancava ancora una cosa prima di riportarla a casa.
– Cosa ci facciamo qui Claire?
– Vedrai mamma.
Prendemmo gli ascensori centrali del RockFeller Center e salimmo per circa un minuto. Nell’ascensore c’era molta ressa, tra turisti e dipendenti. Anche se non potevo vedere in volto mia mamma, perché rivolte entrambe verso la porta d’accesso, mi accorsi che si muoveva sulla carrozzina come a cercare una posizione più comoda. Era nervosa. Le appoggiai una mano sulla spalla. Subito la sentì rallentare ed infine si fermò.
Quando uscimmo dall’ascensore la sua mano era sulla mia.
Arrivate all’esterno fummo investite subito da un forte vento.
– Claire! – mia mamma si spaventò.
– Tranquilla mamma, ci dobbiamo solo spostare di qualche metro – le risposi spingendola avanti.
Cercai di farmi strada tra la folla dei turisti e mi diressi verso la balaustra della terrazza. Portai mia mamma proprio sul limitare della balconata e lasciai che si godesse la vista di New York.
– Ti piace? – le chiesi.
Non mi rispose.
Mi piegai in avanti per ripeterle la domanda convinta che non mi avesse sentito a causa del vento quando mi accorsi che stava piangendo. Tornai dietro di lei: non volevo disturbarla in quel momento.
Il caos della città non poteva raggiungerci a quell’altezza. Solo il rombo degli aerei contrastava il rumore del vento che avevamo tra i capelli e nelle orecchie.
– E’ bello – mi disse.
– Si mamma, è bello.

Mia mamma morì una domenica d’estate.
Morì di prima mattina mentre ero uscita a prenderle un pezzo di torta alla pasticceria sotto casa. Quando rientrai trovai Teresa in soggiorno, aveva le lacrime agli occhi. Non mi colpirono tanto le lacrime, mi colpì sopratutto il silenzio che c’era in casa. Non ci fu bisogno di dire nulla. Buttai la torta sul tavolo e corsi in camera.
Trovai mia mamma sdraiata sul letto, rivolta verso la finestra a guardare il cielo. Era una bella giornata, il sole era già alto e non c’era nemmeno una nuvola. Aveva scelto una bella giornata per andarsene.
Non so quanto tempo rimasi con lei e non so quante lacrime persi quella mattina. Non ricordo nemmeno cosa pensai mentre la guardavo e le accarezzavo i capelli, ricordo solo che ogni cosa pensassi mi faceva piangere come una bambina. Ancora e ancora. Sembrava non avere mai fine.
– Dobbiamo avvisare l’ospedale signora Claire – mi disse Teresa dalla porta.
Non ebbi nemmeno la forza di rispondere.
Per i tre giorni successivi non mi fermai un attimo: Teresa e Teodor mi diedero una grossa mano con la parte burocratica mentre io scappavo a fare jogging non appena ne avessi la possibilità.
Credo di aver preso coscienza dell’accaduto solo il giorno del funerale, quando ho visto sprofondare la bara di mia madre vicino al feretro di mio padre. Per un attimo l’ho immaginata chiusa all’interno della sua bara, con il suo vestito color ambra ed il suo foulard blu, al buio, senza possibilità di guardare fuori, di vedere il cielo. La vedevo dimenarsi per uscire da quella gabbia eterna. Credo di essere svenuta. Mi ritrovai a casa, con Teresa ed un bicchiere di bourbon a farmi compagnia.
Qualche sera dopo, quando non riuscivo a prendere sonno per il troppo caldo e continuavo a girarmi e rigirarmi nel letto cercando una zona fresca nel letto, pensai che ero nuda contro il mondo: non avevo nulla a proteggermi, né un lenzuolo ne qualsiasi tipo di indumento. Non avevo più protezioni, non avevo più nessuno davanti a me a farmi da scudo.

Oggi è la prima volta che rivedo mia mamma da quando è morta, non sono mai stata al cimitero per salutarla. Non so perché, forse non ero ancora pronta. Le ho portato dei fiori, delle margherite a stelo lungo.
A New York ha ripreso a nevicare: so che i fiori non dureranno molto ma ho pensato che potessero essere comunque un bel regalo per la vigilia di Natale. Ho parlato con lei qualche minuto. Credo fosse felice di rivedermi. Io lo ero.
Decido di rientrare a casa a piedi, ho voglia di passeggiare un po’ per le strade di New York per respirare la sua l’atmosfera natalizia. Teresa non arriverà prima delle nove e quindi ho tutto il tempo per rientrare a casa e preparare le ultime cose.
La neve ha ormai ricoperto strade e marciapiedi. Le macchine cominciano a faticare nel loro procedere. I rumori si ovattano mentre le scene davanti ai miei occhi sono le stesse di ogni anno: bambini urlanti che sperano nel regalo più bello e adulti di fretta per poter recuperare almeno un regalo prima della mezzanotte. Sopra di me c’è un cielo incolore che tenta di buttarmi addosso malinconia. A pensarci bene ne avrebbe tutti i diritti.
Mentre cammino sento vibrare il cellulare nella tasca del trench. Allungo la mano convinta che sia Teresa: vorrà sapere se mi serve qualcosa, penso. Sul display, invece, compare un numero di telefono sconosciuto. Dal prefisso, la chiamata potrebbe arrivare dal Canada.
– Pronto
– Ciao
Non c’è bisogno di pensare a chi appartenga quella voce, il meccanismo che subentra è istintivo, immediato.
– Martin?
– Si, sono io. Sorpresa?
Si. Eccome se lo sono.
– Ma dove sei? – gli chiedo ancora confusa da quella telefonata imprevista.
– Sono a Montreal, in aeroporto. Parto tra circa un’ora.
– Ma cosa ci fai in Canada?
– Non vuoi sapere come sto? – mi dice lui sornione.
Rimango in silenzio, sono in imbarazzo.
– Lascia perdere. Tu come stai? – continua lui.
La situazione è paradossale. Non sento Martin da così tanto tempo che anche il nostro ultimo incontro è sbiadito nella mia memoria.
– Sto bene…tu? – rispondo io. Sembro una liceale alla sua prima cotta.
– Sto benone, non mi lamento.
Pausa. Alcune volte quando si ha troppo da dire le parole si bloccano in gola, non si riesce a parlare. Mi guardo le scarpe mentre avanzo sul marciapiede ormai allagato dalla neve sciolta: si stanno sporcando tutte.
– Volevo augurarti buon Natale – mi dice. La sua voce è calda e mi accorgo che ha sempre lo stesso potere su di me.
Rimango in silenzio.
– Torno a New York per un paio di giorni – continua lui – forse una settimana, non lo so ancora di preciso. Mi piacerebbe rivederti…
E’ una di quelle telefonate dove non capisci se le parole che senti arrivare sono pronunciate realmente oppure sono una proiezione di quello che vorresti sentirti dire.
– Non lo so Martin…- gli dico io.
– Un caffè o una cioccolata, niente cose complicate. Non è una proposta di matrimonio Claire. Anche perché ti ho già sposata tempo fa, ricordi?
Rido. Riesce sempre a farmi ridere.
– Ho tante cose da raccontarti Claire…
– Va bene – gli dico.
– Davvero?
– Si…
Immagino la sua espressione in questo momento. Forse è più sorpreso di me.
– Anche io ho tante cose da raccontarti.
Abbiamo parlato per qualche minuto, fino a quando non sono arrivata davanti al mio appartamento.
Trovo Teresa ad aspettarmi.
– Volevo farle una sorpresa signora Claire.
– La smetti con questa signora Claire? – le dico raggiungendola.
– Ci proverò – mi risponde.
– Dai entriamo. Comincia a fare troppo freddo per me.
La prendo sotto braccio ed entriamo in casa.
Fuori continua a nevicare.

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6 pensieri su “Racconto numero 3

  1. Ok, bello e malinconico, tocca i giusti tasti della commozione, soprattutto quando, come me, si ha una madre anziana non esattamente in forma… Solo una cosa; quando Teresa ricompare alla fine del racconto ho pensato che anche Claire si fosse ammalata. Forse poteva essere una conclusione più melodrammatica. Ma fortunatamente non tutti sono pessimisti come me. Al prossimo racconto.

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