Racconto Numero 1

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NON E’ SUCCESSO NIENTE

Mi hanno svegliata. Sono bastati pochi attimi per capire il motivo del mio risveglio e per dare un senso alle voci ovattate che arrivano alle mie orecchie.

– Hai trasformato questa casa in un inferno, lo capisci?

La voce di mia mamma trema nel tentativo di ricacciare indietro un pianto che le monta dentro.

– Stai zitta, stai zitta una buona volta!

Mio padre è seduto in poltrona, non ho bisogno di vederlo per sapere di avere ragione, lo sguardo fisso verso il televisore e la mano ad impugnare la solita bottiglia di birra. La porta di camera mia è socchiusa, non riuscirei a dormire altrimenti. Dallo spiraglio filtra una luce azzurra proveniente dal televisore in soggiorno. Mi giro su un fianco, allungo una mano verso il comodino dove ho lasciato il cellulare. Quando premo il tasto HOME la luce del display illumina per un attimo la stanza. Le 2:34, l’orario preferito dai miei.

– Abiti in questa casa ma non ci sei, non parli più. Torni dal lavoro e ti pianti davanti a quel dannato televisore. Ti alzi solamente per andare a pisciare o per prendere un’altra birra! Io e tua figlia siamo diventate dei fantasmi, non ci guardi neanche! Te ne rendi conto?

– E’ già tanto se ci ritorno in questa merda di casa. Ma cristo santo, ma guardati! Quando è stata l’ultima volta che ti sei guardata allo specchio, quando è stata l’ultima volta che sei andata da un parrucchiere? Sei sciatta, stanca, non ti curi! Mi spieghi per quale diavolo di motivo un uomo dovrebbe tornare da una donna come te ogni sera? Me lo spieghi, eh?

– Bastardo!

Mia madre pronuncia queste parole con calma, scandendole bene. Mio padre non risponde. Appoggia la bottiglia di birra sul tavolino del soggiorno. Vetro contro vetro, lo conosco bene quel suono, l’ho sentito parecchie volte. Il sonno è svanito, ormai sono sveglia. Ho gli occhi puntati contro il soffitto dove vedo decine di pallini bianchi creati dalla luce proveniente dalla strada: piccoli fasci di luce che filtrano attraverso la tapparella. Questa è il momento peggiore per me, quando capisco che non prenderò più sonno per l’intera nottata e cerco in tutti in modi di obbligarmi a domire, di scappare da questa situazione. Niente da fare, ho orecchie solo per le voci provenienti dal soggiorno. Come colpita dalla sindrome di Stoccolma rimango in ascolto, mi sincronizzo su quelle parole incapace di difendermi da tutta quell’ansia che arriva dalla stanza adiacente. Sono così concentrata sullo scambio tra mia madre e mio padre che sono presente in mezzo a loro, in un angolo, e da quel punto assisto all’intera scena. Posso quasi vederli, mia madre e mio padre, ognuno intento ad infierire sull’altro. Quando hai 16 anni gli adulti, e soprattutto i tuoi genitori, ti vedono ancora come una bambina; una bambina nel corpo di una ragazza ma pur sempre una bambina. E’ per questo motivo che quel tipo di discussioni si svolgono sempre di notte, quando i miei pensano che stia dormendo e, anche nel caso sentissi qualcosa, non sarei certo in grado di capire la gravità della situazione. Ma non tutti i sedicenni sono uguali, alcuni diventano grandi prima di altri, mentre i più fortunati possono permettersi di rimanere bambini ancora un po’. Questo l’ho capito a scuola, quando una mattina la nostra insegnante ha fatto entrare una donna sulla quarantina.

Alta, capelli neri raccolti, una gonna blu sopra al ginocchio ed una giacca dello stesso colore ad incorniciare l’intera figura. Quello che mi aveva colpito era stata la sua camminata, marziale e decisa, con i tacchi a battere il tempo del suo incedere. La psicologa aveva subito preso la parola e con fare molto diretto aveva informato l’intera classe che quel giorno avremmo parlato un po’, di quello che ci passava per la testa, dei nostri progetti, dubbi, problemi e aspirazioni. La nostra età, aveva detto, era un’età molto variopinta. Quell’espressione mi aveva colpito, aveva una sua veridicità. Comunque sia, l’uso di quel plurale, di quel noi avremmo parlato un po’, mi era sembrato subito un po’ forzato: era chiaro che si stava rivolgendo solo a noi studenti e no di certo ai suoi problemi ne, tanto meno, a quelli della nostra insegnate che era rimasta in disparte, vicino alla lavagna, mentre la psicologa si appropriava dei suoi alunni. Dopo i primi attimi in cui erano partite le solite battute e risatine, alcuni dei miei compagni cominciarono a prendere confidenza. Ecco, forse è stato in quel momento, mentre ascoltavo i loro problemi, che mi sono resa conto che c’era una sostanziale differenza tra me e loro: frequentavamo la stessa classe, avevamo la stessa età, ma non avevamo più la stessa testa.

– Cosa vuoi fare? Vuoi farlo anche con Ilaria in casa?

– Tanto dorme, dorme sempre quella…

Invece non sto dormendo, sto affondando le dita nel piumone come se questo strato di piume possa in qualche proteggermi dalla paura che sento arrivare da dietro la porta. Tiro la coperta fino a farci sprofondare dentro il mento, piego le gambe per farmi piccola ma le mie orecchie rimangono tese per ascoltare ogni suono proveniente dalla cucina. Vorrei non sentire nulla ed invece sono schiava di quelle voci, come un serpente richiamato dal flauto del suo incantatore. Una macchina passa nella via sotto casa e migliaia di luci invadono il soffitto di camera mia. Li seguo con gli occhi, più per riflesso che per una reale motivazione, ma sono troppo veloci e svaniscono dopo poco insieme al motore dell’auto. Ranicchiata nel letto, stretta al piumone, rieso a proiettarmi vicino alla porta di ingresso, dove posso vedere sia il soggiorno che l’ingresso della cucina. Immagino mio padre appoggiare la birra sul tavolo mentre si alza con fare stanco e si avvia in direzione di mia madre che deve essere proprio sotto lo stipite della porta della cucina. Riesco perfino a vederle glispaventati.

– Stammi lontano, hai capito? Non mi toccare!

– Chiudi quella cazzo di bocca!

A parte il suono della bottiglia di birra che si posa sul tavolo del soggiorno, conosco molto bene un altro rumore, quello di uno schiaffo. Lo conosco così bene che capisco se a colpire è il dorso o il palmo. Il rumore che ho appena sentito appartiene al secondo tipo, quello più volgare e primitivo: un rumore pieno e cupo. Quello che arriva subito dopo è un rinculo silenzioso, un attimo di vuoto che, se possibile, fa ancora più male dello schiaffo perché porta con sé paura, rabbia, delusione, angoscia. Quel silenzio mi raggiunge in un attimo, mi annienta, mi lacera lo stomaco ed il cervello.

La psicologa ascoltava con attenzione tutto quello che i miei compagni di classe avevano voglia di raccontare: gli argomenti erano molteplici ma per lo più li trovavo banali, forse perché lo erano. C’era chi si lamentava dei bulli in giro per l’instituto, alcune ragazze chiedevano consiglio su come gestire le prime cotte mentre altri ancora ostentavano un’improbabile sicurezza sostenendo che loro, a differenza di tutti gli altri, non avevano alcun tipo di problema. Io stavo zitta. Con un penna disegnavo figure astratte su un foglio mentre cercavo di fuggire dallo sguardo della psicologa dalla camminata decisa. Però, pur tenendo gli occhi fissi sul foglio, mi sentivo sempre il suo sguardo addosso. La domanda è arrivata all’improvviso, tra un discorso e l’altro, e mi ha trovata impreparata, col fianco scoperto. “A casa come va? ” aveva chiesto. Sapevo bene che una domanda del genere poteva essere d’obbligo data la sua presenza in classe ma, nonostante questo, la mia mano si era fermata, la penna aveva smesso di lasciare la sua scia. E’ stato in quel momento, quando ho metabolizzato la domanda e formulato la risposta nella mia testa, che mi sono resa conto che c’era una netta differenza tra me ed i mei compagni di classe, tra i loro problemi ed i miei. Ero diventata grande prima di loro, quando due mesi prima avevo visto per la prima volta i lividi sulle braccia di mia mamma, gli stessi lividi che non avevano tardato a fare la loro comparsa intorno agli occhi qualche settimana più tardi. Avevo cercato di parlare con lei, le avevo fatte domande di cui non ero sicura di voler ascoltare le risposte. Era incredibile la quantità di frasi assurde che riusciva a mettere insieme mia mamma per giustificare quei segni. Ogni volta una storia diversa, ogni volta una bugia diversa. Continuava a ripeteremi che non era nulla, cose che succedono diceva. Più la guardavo e più mi rendevo conto di essere davanti ad una donna spaventata e sola, incapace di affrontare quello che stava subendo. Più la guardavo e più capivo che ogni parola che mi diceva, ogni livido che guardavo, mi obbligava a diventare più grande, mi spingeva a forza nel mondo degli adulti. Strano, pensavo che sarebbe capitato in modo diverso, che sarei cresciuta pian piano, una passo alla volta, magari facendo sesso durante la mia prima vacanza senza genitori, oppure durante qualche pigiama-party confidando alle amiche i miei segreti. Era questo che pensavo quando qualche anno prima mi chiedevo come e quando sarei diventata grande, impaziente di entrare in un modo che, da fuori, sembrava essere decisamente più affascinante rispetto a quello che avevo all’epoca. Avevo questo in testa, ma era andata in tutt’altro modo.

– Devi finirla di parlare, devi stare zitta!

Lo schiaffo cambia direzione, ora a mano aperta ora colpisce di dorso, al rovescio. Cambia anche il suono emesso e non solo per il tipo di schiaffo dato ma anche per la zona colpita. La frequenza dei colpi aumenta, la rabbia anche. Una rabbia che mira a colpire il bersaglio e ridurlo ad un essere non pensante, dominandolo. Dalla cucina arrivano anche altri suoni, più ovattati, ma questi ultimi li conosco meno bene perchè variano di volta in volta: i pianti di mia madre possono assumere diverse sfumature, possono passare dalla disperazione cieca, quella che ti toglie il respiro e la ragione, pieni di singhiozzi che ti fanno sussultare l’intero corpo, fino ad arrivare a pianti muti, quelli che non emettono alcun suono. Questi sono i peggiori secondo me, si muovono su strade sconosciute ed è per questo che mi fanno ancor più paura: pur non conoscendoli riesco a percepirne l’angoscia. Stanno lottando o sarebbe meglio dire che mio padre sta aggredendo mia madre. Sento i corpi muoversi in cucina, sbattere contro i mobili. Posso immaginare mia madre cadere sdraiata sul pavimento chiusa su se stessa per proteggersi dai colpi, in quella posizione in cui mi sono abituata a trovarla dopo, quando tutto finisce, mentre mio padre, in piedi, cerca di colpirla dove capita, con calci, schiaffi e pugni. Lui invece, alla fine di tutto, esce sempre di casa, abbandona il ring. Di questo ho sempre ringraziato il dio in cui non credo: non saprei come guardarlo ne tanto meno credo che sarei in grado di affrontarlo. Questa volta però, la mia immaginazione deve aver sbagliato qualcosa: i rumori che sento arrivare dietro la porta si spostano in salotto, passi svelti sono seguiti da un passo lento e trascinato. Mia madre deve aver trovato una via di fuga verso il soggiorno sperando di sottrarsi alla rabbia di mio padre ma dal nuovo colpo che sento vibrare in aria capisco che quella possibilità, per il momento, è ancora lontana.

– Laggiù in fondo, non dici niente? I miei compagni erano usciti per l’intervallo. Non mi ero accorta di essere rimasta sola con la psicologa. Non uscivo quasi mai dalla classe durante l’intervallo, era un’abitudine che mi portavo dietro dalle elementari. Ero abituata a mangiarmi qualcosa di veloce seduta al banco, leggendo un libro o giocando un po’ con il cellulare, mi ritagliavo i miei dieci minuti di tranquillità, isolata. Il resto della classe aveva imparato ad accettare questa mia caratteristica; anche le mie amiche avevano smesso di insistere perché le seguissi. Se avessi saputo, però, che avrei rischiato di trovarmi faccia a faccia con la psicologa di certo avrei seguito i miei compagni quel giorno. Guardavo nella direzione di quella donna e lei faceva lo stesso. Ero incapace di dirle qualsiasi cosa, temevo che se l’avessi fatto avrei potuto scoprire il vaso di Pandora.

– Sai cosa si dice delle persone silenziose? – mi aveva domandato mentre si era alzata per venire verso il mio banco. Io continuavo a guardarla, dovevo avere proprio un’espressione da ebete stampata sul volto.

– Che di solito hanno parecchio da dire.

Era arrivata al mio banco, in piedi davanti a me. Per la prima volta la potevo guardare da vicino e da quella posizione la sua figura mi sembrava meno austera, meno minacciosa. Aveva dei bellissimi occhi verdi, profondi e limpidi, la sua pelle era liscia, senza rughe o imperfezioni, e aveva lentiggini a contornarle gli occhi. Si era seduta davanti al mio banco, con calma. Nel farlo, i suoi capelli avevano spinto verso di me il suo profumo: sapevano di limone ed arancia. Mi fissava senza dire nulla, si era posta al mio stesso livello, e nel suo modo di fare non c’era nulla di aggressivo, emanava calma e traquillità. Ci stavamo donando un silenzio di attesa, studiandoci a vicenda. Sono bastati pochi attimi, poi sono scoppiata a piangere.

Chiudo gli occhi così forte da vedere una moltitudine di puntini bianchi davanti a me, i pugni sono serrati intorno al piumone mentre mi faccio ancora più piccola in posizione fetale girandomi di lato. Stringo tutto quello che posso: denti, bocca, braccia, gambe, piedi e anche i polmoni, ma l’unica cosa che non riesco a stringere, a chiudere, sono le mie orecchie. Loro continuano ad ascoltare quegli schiaffi e quei silenzi che arrivano incuranti dall’altra parte della porta.

– Smettila…ti prego smettila! – la voce di mia mamma ora è un lamento in mezzo al pianto.

– Decido io quando è ora di smetterla…

Ancora colpi, ancora schiaffi, ancora calci. E poi silenzi dove arriva il pianto di mia mamma. Cerco di non respirare, e se proprio devo farlo, lo faccio piano, in silenzio, sperando che il mio sacrificio possa in qualche modo far terminare velocemente quella guerra in atto a pochi metri da me. Non so quanto tempo passo in quel modo, non so per quanto tempo rimango stretta a me. Forse secondi, oppure qualche minuto; il tempo si dilata e si restringe in base alla nostra predisposizione a seguirne i suoi ritmi. Non ho idea di come sia iniziato ne tanto meno quando sia arrivato, ma ad un certo punto, di colpo, arriva un silenzio nuovo, inaspettato e pesante. Ci metto un po’ ad accorgermene, all’inizio penso che sia solo la mia immaginazione ma, passato qualche secondo, mi accorgo che dal soggiorno non arriva più alcun suono, solo un fragile singhiozzo. La porta di casa si apre e si chiude. Lui è andato via. Apro gli occhi, le mani allentano la presa intorno piumone. Anche il mio corpo si rilassa lentamente e sento un bisogno impellente di andare in bagno. Mi allungo per cercare il cellulare. Il display illumina di nuovo la stanza: l’armadio, la scrivania ed i libri posti sopra la mensola proiettano ombre minacciose nella mia direzione. Sono le 2:53. Nella stanza torna il buio. Dalla porta sento arrivare un silenzio pesante, denso. La tristezza ha quel rumore lì. Voglio raggiungere mia mamma. Il piumone si accartoccia su se stesso quando lo lancio via e di scatto mi alzo ignorando il lieve giramento di testa che mi colpisce di sorpresa. Sento il pavimento freddo sotto i piedi, il mio passo risulta pesante ed incerto. Apro la porta della camera e la luce azzurra del televisore mi coglie di sorpresa obbligando i miei occhi ad un rapido cambio di luminosità. Per qualche attimo avanzo più a memoria che in base a quello che vedo. Lei è accovacciata per terra vicino al bracciolo del divano. E’ illuminata dal televisore e quel taglio di luce rende tutta la scena ancor più drammatica. Sta cercando di rialzarsi ma l’espressione di dolore che le compare in viso mi fa capire che non può farcela. La guardo e non so cosa fare, cosa dire.

– Mamma…

Cinque lettere, un mondo intero condensato in quelle cinque lettere. Mi guarda, ha gli occhi bagnati, tumefatti, una mano a proteggersi il costato ed un po’ di sangue che le scende dal labbro. E’ un immagine di indescrivibile tristezza quella che mi trovo davanti. La raggiungo, mi inginocchio davanti a lei e l’abbraccio. Il pianto di mia madre riprende ma questa volta ha un suono diverso da quello che sentivo prima dal mio letto, è rumoroso, quasi liberatorio. Piango anche io, come avevo pianto davanti alla psicologa qualche settimana prima. Rimaniamo così, ignorando il motivo del nostro pianto, oguna rispettando i singhiozzi dell’altra.

– Non è niente, non è successo niente – mi dice con un filo di voce.

L’abbraccio più forte. Non credo che quelle parole siano indirizzate a me

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6 pensieri su “Racconto Numero 1

  1. La tristezza fa quel rumore lì. .
    .-Mamma..Cinque lettere, un mondo intero condensato in quelle cinque lettere… Impressionante!!! Il tuo scritto e quello che ho provato leggendolo.
    Non mi vergogno di dire che mi è venuto da piangere.
    Troppo lungo per un concorso, ma estremamente intenso per chiunque.
    Sarebbe stato un peccato averlo messo nel dimenticatoio.
    Grazie per averlo condiviso.

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